Giornata internazionale della donna

8 Mar 2021 | Curiosità e racconti, News & flash news | 0 commenti

It is very difficult to swim in a completely different way from the one we have been taught, isn’t it?
It is very challenging to change our race strategies, type of training, and, perhaps, it is even more challenging to fight in order to materialise everything we have been fighting for.
Sometimes it is very difficult to be a woman.to
It has always been, and in some cases it still is.
We can see it every time that she is chosen after all the men, when no one seems to notice her potential, when she cries because she simply feels like it and not because she is on her period.
Change is important, necessary, sometimes astounding and in some ways an frightening result; at this point we cannot help but wonder what that MALE swimmer could have thought when, for the first time, he saw himself flanked by a woman during one of his hard workouts.
I imagine them naked and smiling, embarrassed, of course, but not so much to back out.
Women, excluded for a very long time from sports because they were too polite and more keen to devote themselves to the family, have shown over time and with evidence that everything we can imagine is, simultaneously (in some way), achievable.
This happens especially when you practise a sport, and in this particular case, when you swim.
Therefore we can deduce that the simple floating on water doesn’t certainly represent their greatest achievement, does it? Of course it doesn’t.
At this point women began to train too, emulating those bold men who inevitably generated waves upon waves, with their power and strength. Of course, at the beginning, they were a little more clumsy and uncoordinated, but women were still competitive. Rivers, lakes and seas were no longer so frightening; just the jellyfish maybe were a little problem for them.
The breaststroke became (just as it was initially for men), the favourite style of neo swimmers, and, throughout the Elizabethan era (1558-1625), everybody talked about the skills they gained and the elegance of their gestures. People, on the other hand, also talked about how immodest their bodies appeared, totally immersed in those filthy and icy waters.
Both women and men continued to swim naked, shamlessly, until in the Victorian age (from 1830), the popularity of baths and exercises in the water increased dramatically. This, inevitably, was found as a pretext to put an end to that magical feeling of well-being and freedom.
The use of knee-length knickers was instituted for men, on the other hand women were locked in uniforms that reached the ankles, with puffed trousers, belt and skirt. This clothing which, unfortunately, was made of cotton, once wet tended to become more and more transparent and to adhere to the body, showing parts of the corps that once would have never caused shame and sense of modesty.
Women were abused because of the wet, tight fabrics of those same uniforms they had never tolerated, and which, over time, ignited the indiscreet craving of far too many people, and the whining of many others.
In any case they continued training, throwing themselves into the water to start over.
At this point women start to compete, finally!
They continue, they don’t stop, they experiment the swimming pool too.
They don’t give up even when, shortly after, they will find out that they will not be admitted to the modern Olympics in Paris in 1900, in which they had hoped.
They wait, this is what is worth doing when you strongly believe in this fantastic sport that gives, but at the same time takes away, so much.
Women wait, as they had done in the beginning, but, in the meantime, they learn the backstroke, the crawl and they start to experience the butterfly.
1912 became their year, Stockholm the place where they left their hearts. Their first Olympic Games. This moment finally inaugurates the end of the difference between genders in the world of sports, and in particular in the swimming pools.
An event conquered thanks to many efforts, abuses, time and dedication.
And today, that is march the 8th, all we can do is thank all the past, present and future sportswomen, who, day after day, continue to write pieces of history.
Thank you girls! If swimming (but in general, sport) has became what it is now, the merit is, without doubts, yours too.

È complicato nuotare in un modo del tutto differente da quello che si è appreso e si è messo in pratica da anni, certo.
È impegnativo cambiare strategia di gara, tipologia di allenamento e, forse, lo è ancora di più lottare affinché tutto ciò possa effettivamente concretizzarsi.
È difficile, talvolta, essere donna. Lo è stato e in alcune occasioni lo è ancora.
Lo è ogni volta che viene scelta dopo gli altri, quando a volte nessuno sembra notare le sue potenzialità, quando piange perché sente soltanto il bisogno di farlo e non perché ha il ciclo, o quando, semplicemente, ci prova.

Il cambiamento è un risultato importante, necessario, talvolta sbalorditivo e per certi aspetti perfino spaventoso; e a questo punto, non possiamo non chiederci cos’abbia potuto pensare quel nuotatore che, per la prima volta, si è visto affiancato da una donna durante uno dei suoi duri allenamenti.
Io me li immagino nudi e sorridenti.
In imbarazzo, naturalmente, ma non così tanto da tirarsi indietro.

La donna, esclusa per moltissimo tempo dalla pratica sportiva perché troppo garbata e più predisposta a dedicarsi alla famiglia, ha mostrato col tempo e con i fatti che tutto ciò che è possibile immaginare è, simultaneamente, realizzabile. Soprattutto nello sport, e nel nostro caso, nel nuoto.
Possiamo dunque dedurre che il semplice saper galleggiare non poteva di certo rappresentare il loro più grande traguardo, dico bene?
Certo che sì.
Cominciarono quindi anche loro ad allenarsi, emulando quegli audaci uomini che, con tanta forza, generavano inevitabilmente onde su onde.
Erano un po’ più goffe e scoordinate, sì, ma pur sempre competitive.
Fiumi, laghi e mari non facevano più così tanta paura; le meduse forse ancora un po’.
La rana divenne (proprio com’era stato inizialmente per gli uomini) lo stile preferito delle neo-nuotatrici, e, per tutta l’epoca Elisabettiana (1558-1625), non si fece altro che parlare della loro bravura e dell’eleganza racchiusa nei loro gesti; ma anche di quanto apparissero poco casti i lori corpi, immersi totalmente in quelle acque lerce e gelide.
Tutte e tutti continuarono a nuotare nudi, senza pudore, finché in età Vittoriana (dal 1830) la popolarità dei bagni e degli esercizi in acqua non aumentò vertiginosamente, riuscendo, pertanto, a trovare un pretesto per mettere fine a quella magica sensazione di benessere e libertà.
Per gli uomini venne istituito l’uso di mutandoni lunghi fino alle ginocchia, mentre le donne furono rinchiuse in uniformi che arrivavano alle caviglie, con tanto di pantaloni a sbuffo, cintura e gonnellina. Abbigliamento che, sciaguratamente, essendo fatto di cotone, una volta bagnato tendeva sempre di più a diventare trasparente e ad aderire al corpo, rivelando in tal modo ciò che un tempo non avrebbe mai provocato alcuna vergogna e senso di pudore.
Le donne furono abusate a causa dei tessuti bagnati e aderenti di quelle stesse uniformi che non avevano mai tollerato, e che, col tempo, accesero le voglie indiscrete di fin troppe persone e il piagnisteo di moltissime altre.
Eppure continuarono ad allenarsi, a gettarsi in acqua per ricominciare.
Le donne iniziano a competere, finalmente.
Continuano, non si arrestano, provano la vasca anche loro.
Continuano anche quando, poco dopo, constateranno che non verranno ammesse alle Olimpiadi moderne del 1900 a Parigi, nelle quali avevano terribilmente sperato.
Attendono, perché è ciò che vale la pena fare se si crede fortemente in questo formidabile sport che tanto regala e tanto toglie.
Attendono come in principio, e nel mentre imparano il dorso, il crawl, e sperimentano il delfino.
Il 1912 diventa il loro anno, Stoccolma il loro posto del cuore. La loro prima Olimpiade.
Un momento che ufficialmente inaugura la fine della differenza di genere nel mondo natatorio e sportivo. Un evento conquistato con fatiche, soprusi, tempo e dedizione.
E oggi, che è l’8 Marzo, non possiamo che ringraziare tutte le sportive passate, presenti e future, che giorno dopo giorno continuano a scrivere un pezzo di storia silenziosamente.
Grazie, ragazze; se il nuoto (e in più generale lo sport) è così come lo conosciamo è, senza alcun dubbio, anche merito vostro.



articolo scritto da Sofia Salaroli & Eliana Pardo

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